MARCO MENCAGLIA – La pelle della luce

Ci sono fotografi che hanno bisogno di raccontarsi attraverso la loro biografia, altri attraverso le loro emozioni, altri ancora semplicemente attraverso i loro scatti. Marco Mencaglia appartiene a questi ultimi, fa parlare le sue fotografie e raramente le introduce grazie a titoli o brevi riferimenti letterari perchè seppur stimolanti per approfondire riflessioni  le sue immagini non necessitano di un incipit ne di essere spiegate.

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Come accade con un buon bicchiere di vino le sue fotografie catturano il tempo, i sensi, vanno gustate, hanno bisogno di una vista acuita dalla partecipazione intima a quei segni, a quelle linee, ad una composizione scolpita con cura, ad una lucida affermazione di un racconto, di una trama che penetrano un luogo, un vissuto, un concetto, un dettaglio, un’istante preciso e cesellato da una sensibilità rara.

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Si entra in simbiosi con ogni scatto e ci si sente accompagnati da un tempo che si trasforma per divenire un’esperienza visiva indimenticabile, dove per esempio un corpo assume i connotati di un tempio, da visitare con quella sacralità e rispetto che sono l’essenza dell’amore stesso verso di esso. Osservando i suoi scatti i volumi e le prospettive rendono la pelle, i muscoli, i tendini, la luce che avvolge tale superficie un’esperienza sensoriale che mutua dalla geometria la perfezione e dalle emozioni l’incantamento e l’ammirazione. Un atto d’amore non di fede, un tempio cui riconoscere un divenire tra energie e tensioni apportatrici di un’esperienza creativa cristallizzata nella bellezza, nella sua nascita, nella sua continua evoluzione grazie al movimento, al tempo che la veste e la abita adeguandosi al suo incedere.

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Osservando un corpo che sta uscendo od entrando sulla superficie di un letto la risposta nasce dalla suggestione che ognuno di noi vive attraverso la fruizione di tale scatto. Il drappeggio del lenzuolo è struggente, ci invita a cogliere la simbiosi tra due corpi che sono ancora presenti pur assenti, il braccio e la mano paiono fondersi in quelle pieghe, in quel sonno che risveglia sensazioni di tenerezza indicibile, un abbandono che non è mai tale e l’immagine traduce in pieghe, in morbide e spiegazzate pieghe di stoffa e di pelle, di carne e di anime.

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Un letto che diventa il paesaggio dei sentimenti come un tramonto conterrà nei suoi colori e nei suoi contorni la dimensione di un tempo che non conosce tempo se non la sua sospensione apparente, un giorno che mima la morte promettendo il suo ritorno in un’apoteosi di luci e di sfumature di colore che al buio si consegnano senza alcun rammarico ne condizioni. Un giorno vinto dalla notte e successivamente una notte vinta dall’alba, da tutte le albe del mondo. In una foto apparentemente semplice nella sua narrazione il pathos derivante da quell’oscurità lenta ed inesorabile finisce per aprirsi a diverse interpretazioni e sensazioni.

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Ogni scatto di Marco Mencaglia ha un soggetto preciso ed una volontà lucida per comprenderlo in una composizione che apre ai nostri sguardi una sola possibilità di scelta: affinare il nostro sguardo attraverso il suo per poter navigare nella nostra esperienza sensoriale mutuata dalla sua esperienza visiva. Nessun desiderio di piacere o di essere ammirato, solo attraversato come un ponte ideale tra sguardi, tra vissuti, esperienze, luoghi, diversi fra loro, a tratti complementari, in altri momenti impermeabili, sempre e solo un’esperienza sensoriale il cui impatto  fa interagire ed affinare le nostre potenzialità.

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C’è una maturazione stilistica che viene affrontata attraverso scatti severi, di una purezza di linee e di piani visivi indimenticabile, una crescita che viaggia con gli occhi e ci pone di fronte ad ogni sguardo come se fossimo appena nati, perchè la fotografia ci fa diventare un foglio bianco su cui verranno impresse delle forme, delle ombre, dei contorni precisi, resuscitando la memoria, le sensazioni, il visto ed il non visto che sedimenta dentro di noi.

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Paesaggi dell’anima, nebbie e foschie che richiamano assenze ma non mettono in discussione chi arriva o chi parte semplicemente i soggetti cambiano, una panchina attende, un molto penetra il passato, un’atmosfera evanescente diventa l’unico sentiero percorribile per raggiungere noi stessi e farci raggiungere dai passi della memoria.

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Non ci sono figure umane negli scatti che ammirerete perchè non sono i loro connotati ciò che si vuole far emergere da quel magma dei ricordi in continua ebollizione, piuttosto l’esperienza di un’attesa che un lampione, una panchina, un albero, una staccionata, un pontile, incarnano fino al punto di essere loro stessi i soggetti attesi, quella strada o quella pausa necessarie per ritrovare e ritrovarsi. Non deve comparire nessuno, dentro di noi c’è la stessa foschia, la medesima nebbia, quando il silenzio cade sulle nostre vite, questo silenzio va vinto e superato non altro.

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La luce non viene usata nei suoi scatti, l’uso di quel fenomeno che tanto ci attrae e ci condiziona la vita è proporzionato al soggetto ripreso, al suo divenire continuo.

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Quando morirà dietro un orizzonte ritornerà a vivere tra le fessure di una persiana, restituendoci i contorni di un corpo, di un istante, un respiro profondo, un guardare e non semplicemente vedere quel che accade intorno, dentro di noi.

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Un cielo in una stanza, una stanza che dilatandosi diventa un tramonto, una luce che veste la pelle di un corpo, un perfetto istante incastonato nella memoria e che tale rimarrà per sempre. Forse è questo il “segreto” di Marco Mencaglia e delle sue fotografie, non ci sono complimenti o critiche sincere capaci di descriverlo fino in fondo  perchè egli mostra e non cerca di dimostrare nulla attraverso i suoi scatti.

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Se rimarrete a lungo di fronte ai suoi scatti vi chiederete semplicemente: ” perché?” e da quella domanda nascerà in voi l’urgenza di aprire gli occhi, di usarli, di provare a penetrare la realtà ed i sentimenti con lo stesso vigore, lucidità e severità che rendono i suoi scatti struggenti e vivi. Una vitalità che vi seguirà ovunque perchè è questo il suo più grande dono: ci sono persone che per vedere meglio mettono gli occhiali, tentano di trovare lenti adatte per mettere a fuoco quel che loro serve per vivere, altre che li tolgono, che non usano alcun filtro per conoscere e capire quel che li circonda e l’unico loro obiettivo è “guardare negli occhi” i giorni che vivono, senza che diventino uguali gli uni agli altri.

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Come trovare uguale il giorno in cui un gatto si pone all’esterno di una grata ed osserva le gente passare come se fosse appena uscito da una prigione. Oppure come puà essere uguale un giorno a quello precedente quando il corpo di chi si ama viene illuminato e scolpito dalla luce come non è mai accaduto prima.

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Come può essere uguale un giorno ad un altro quando dalla terra emerge lo scheletro di un albero che non vuol morire e trova quel poco che gli serve per raccogliere la luce del sole e contorcersi per raggiungerla. Oppure come potrebbe essere uguale un giorno al successivo se chi scatta una fotografia come le sue dipinge sia un mondo esterno da vedere che un mondo interno da guardare e ci sono porte che finiscono per aprirsi non verso la luce ma l’ombra che la calma, la rende quieta e infinitamente accessibile.

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Osservare i suoi ritratti diventa quasi un’esame di coscienza perchè in essi non c’è ne voluttà ne bellezza, ne tenerezza, ne emozione, piuttosto un concentrato di tutto questo tessuto insieme dal bisogno di testimoniare la gioia che tali volti hanno procurato o donato per un istante, per una vita intera, per un tempo indefinibile in cui tutto appariva sotto i contorni di quei volti, chiaro, semplice e limpido come l’acqua che scorre delle sorgenti.

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C’è chi appartiene solo a se stesso e chi a tutti coloro che decide di conoscere ed incontrare ma saperlo comunicare con un linguaggio artistico è raro ed effimero quanto il volgere delle stagioni stesse.

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 Capita raramente che qualcuno riesca a fissare il suo tempo ed a catturarlo. Negli alberi e nelle foschie che li circondano sta il segreto di questa cattura indimenticabile.

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Si attende che si spoglino sempre di più, che la panchina si consumi e si dissolva nel tempo e nei cambiamenti atmosferici.

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Tutto appare in sospensione ma non per molto, grazie ai suoi bianco e neri Marco Mencaglia concentra tutti i colori delle emozioni, tutte le sfumature dei sentimenti che si agitano tra rami spogli o tra panchine che vorrebbero muoversi e sparire in quella nebbia che tanto le attira.

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Il tema dell’assenza è declinato da questo autore attraverso diversi simboli ed archetipi. Una panchina diventa il soggetto che è in attesa e non che custodisce l’attesa altrui e, da quel magma biancastro ci si aspetta che emergano tutti coloro che sono stati inghiottiti dal silenzio, dal nostro silenzio non da quello sancito dal destino.

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I bambini e l’infanzia costituiscono una magnifica e sorprendente scoperta nei suoi scatti. Non sono vestiti da cioccolatini ne da palloncini pronti a volare, non sono messi in posa con espressioni edulcorate e che gli adulti amano enfatizzare, restano i bambini che sono, hanno occhi da bambini, gesti ed attese tipiche dell’infanzia. Non corrono, non saltano, guardano, ascoltano, imparano dai loro sensi a percepire quell’Io dilatato a dismisura che li fa diventare unici, prima che si fondano con il caos calmo della loro crescita. Occhi, i loro occhi sono obiettivi aperti sul mondo, gli unici in grado di sostenere il suo mistero, la sua incomparabile bellezza e ferocia, gli unici che sappiano vedere oltre quella superficie significante resa insignificante dalla mancanza di stupore e di curiosità che li circonda fin da piccoli e verso cui loro oppongono una strenua resistenza.

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Vorrei concludere senza terminare perchè nelle sue foto non è mai compreso un finale, non si guarda all’ultima pensando che sia tale, ci si aspetta da questo fotografo che con i suoi occhi renda interminabile il mondo cui appartiene e che sappiamo essere anche il nostro ma non lo abbiamo mai visto con occhi nostri, sempre e solo con gli occhi di chi ci pone dei confini, dei limiti, dei contorni precisi, mai con la stessa libertà ed ampiezza di vedute che Marco Mencaglia trasforma in microcosmi, in un’esperienza rinnovabile e mai definitiva, sempre in movimento ed in crescita.

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Dalle sue nebbie ci si trova illuminati, dai suoi tramonti si riceve quiete, dai suoi ritratti musica, da un riflesso “vero come la finzione” l’anima di chi l’attraversa, da una staccionata o da un viale alberato tante storie diverse si staccano per raggiungerci. Questo autore è un affabulatore di emozioni e di immagini indimenticabili che sa usare tutte le tecniche possibili ed immaginabili per dar forma a quel che vive e lo circonda fino al punto da farci scorgere per un breve istante pure i connotati della sua anima. Appassionato di quella superficie che tutto cattura ma nulla trattiene sa come rendere arrendevole la luce ed il buio, scolpisce le ombre trasformandosi nel  suo più accorato testimone,  sfumandole in grigi mai visti prima ben amalgamati e capaci di far parlare il silenzio e l’assenza.

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Se non fosse un fotografo sarebbe un ritrattista, un pittore e forse anche uno scultore od un ingegnere aerospaziale, perchè troverebbe un’altro confine da superare, come è accaduto nella fotografia dove ha ampiamente mostrato il suo percorso attraverso quello altrui, andando oltre le possibilità che il linguaggio gli ha offerto, riscrivendo i termini di un contratto mai stipulato tra luce ed ombre. Un matrimonio perfetto nei suoi scatti tra il giorno e la notte, da cui perfino i colori traggono linfa vitale come se nella sua mente ci fosse un crogiolo capace di fondere e far emergere tutti i segni, le scritture di luce rintracciabili nell’esperienza sensibile ed in quella più onirica ed immaginifica.

Grazie Marco Mencaglia.

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